A febbraio quasi tutti i comuni tornano al voto dopo

Oltre 20 anni per eleggere sindaci e amministratori.

E’ una festa perché partecipano oltre il 90% degli

aventi diritto ma è anche un grande sforzo per le

amministrazioni locali.

Beppe Nigro Vice Presidente IVSN ci racconta questa storia.

Le elezioni amministrative del marzo/aprile1946 in provincia di Varese

La storia dell’Italia post-bellica ha lasciato sullo sfondo un passaggio cruciale lungo il percorso della “rifondazione” democratica quali furono le elezioni amministrative della primavera del 1946, un appuntamento messo in ombra dal referendum istituzionale che si sarebbe tenuto il successivo 2 giugno. 

L’Italia, severamente sconfitta, fu occupata e controllata in modo diretto dagli alleati e per quanto riguarda la provincia di Varese dagli americani. Arrivati a Varese a fine aprile del 1945, tennero sotto la loro supervisione il capoluogo e il territorio provinciale ritirando le truppe soltanto a fine anno quando, a seguito della formazione del governo De Gasperi nel dicembre del 1945, era ormai evidente che non vi erano più pericoli o rischi di rivolte sociali e sovvertimenti istituzionali.

Voto alle donne sopra i 21 anni

Il Decreto Legislativo Luogotenenziale 7 gennaio 1946, n. 1 sancì la ricostituzione elettiva delle amministrazioni locali dopo la dominazione fascista, un lungo periodo durante il quale gli enti locali erano stati gestiti tramite la figura del podestà, emanazione del potere centrale. Il Dlg Bonomi 1° febbraio 1945, n. 23 stabilì l’estensione del diritto di voto alle donne italiane sopra i 21 anni: questa fu la grande e importante novità, considerato che sotto il profilo della legge elettorale si ritornò a quella prefascista del 1919. Il provvedimento non disciplinava il diritto di eleggibilità delle donne, lacuna che fu sanata in extremis con il Dlg 10 marzo 1946 n. 74.  

Difficoltà e incertezze

Nei mesi intercorsi fra il maggio 1945 e il marzo/aprile 1946, le amministrazioni comunali nominate sotto la regia del CLN provinciale (Comitato di Liberazione Nazionale), composte dai ricostituiti partiti antifascisti, dovettero fin da subito affrontare prove difficili, in un clima di incertezza e non poche difficoltà e sofferenze per la popolazione. La ricostruzione, parola d’ordine che immediatamente circolò all’indomani della Liberazione, non seguì un percorso lineare: non si trattava infatti soltanto di riparare danni material, era indispensabile rifondare lo spirito e la cultura democratica. Un appassionato articolo del “Corriere Prealpino”, 27 aprile 1945, significativamente intitolato Della Democrazia, ricordava come fosse indispensabile «moralizzare la vita di tutti, per modo che l’esistenza sia un’amalgama di responsabilità nella giusta visione dei propri doveri e dei propri diritti e nel rispetto di ognuno. Educare. Questo verbo è l’assioma dell’avvenire»!

La fame, una eredità della guerra

Le amministrazioni ciellenistiche si trovarono di fronte al problema tanto grave quanto urgente della carenza alimentare, dramma per la popolazione e permanente assillo per i sindaci della Liberazione.  La provincia di Varese non era autosufficiente sotto il profilo alimentare se non per la produzione delle patate. Dalle maggiori città della provincia partivano camion autorizzati e scortati da squadre di partigiani armati, per reperire derrate alimentari da distribuire a prezzi calmierati. Il 9 maggio 1945 il CLN provinciale lanciò un proclama con l’intento di rassicurare la popolazione, dal titolo «Il pane non mancherà», ma tutto ciò che riuscì a garantire fu la distribuzione di «farina da polenta». Il 5 luglio a Varese fu sospesa la vendita del sapone, nel mentre si provvedeva a una distribuzione straordinaria di patate per alleviare la fame della popolazione. Il giorno successivo il CLN di Varese autorizzava la macellazione di capi di bestiame; il 19 luglio la popolazione protestò per la mancanza di zucchero. Il Ministero dell’alimentazione che aveva assorbito gli uffici della Sepral (Sezione provinciale per gli approvvigionamenti alimentari del precedente Ministero delle Corporazioni) non riusciva a rifornire adeguatamente la provincia. Si pativa la fame, permanevano tensioni sociali non risolte. Bande di rapinatori armati si aggiravano per la provincia e impunemente svuotavano i magazzini degli stabilimenti. Nell’agosto del 1945 fu ucciso il comandante partigiano Luigi Carnelli nei pressi di Cislago da sicari fascisti. Lo sciopero di protesta che seguì coinvolse l’intero territorio provinciale.

Il 7 dicembre tra scioperi di lavoratori e proteste della popolazione di fronte agli uffici della Sepral di Varese vi fu la distribuzione di generi razionati per contenere le agitazioni.

Il 27 dicembre 1945, festeggiato il Natale – con una cerimonia ufficale – il prefetto Giovanni Palamara salutò gli americani che lasciavano Varese, segno che la normalizzazione poteve riteneresi conclusa. A fine anno il nuovo governo De Gasperi succeduto a quello Parri fece pubblicare ai comuni le liste elettorali per le elezioni amministrative che si sarebbero tenute a partire dal 10 marzo 1946. Sin dall’estate i sindaci avevano allertato gli apparati amministrativi affinchè ricostituissero le liste elettorali maschili e per la prima volta nella storia d’Italia le liste elettorali femminili.

Il” Corriere Prealpino” del 2 gennaio 1946 ritornava su un tema critico: «Quanto mangia la provincia?». Ovviamente in «borsa bianca» poiché la borsa nera, piuttosto diffusa, non era calcolabile. La statistica del consumo di farina da pane indicava che «nei 116 comuni della provincia, le circa 470.000 bocche consumarono nel 1943 308.425 quintali, per salire nel ’44 a 400.777 e per scendere nel ’45 a 308.049. In questo campo, dunque, siamo andati male». Ma la situazione era peggiorata pure nel consumo del riso, dei grassi, del burro, e dei legumi, male il consumo del formaggio e «il dolce», ironicamente, scriveva l’anonimo estensore dell’inchiesta «è rimasto solo nel detto»; era migliorato soltanto il consumo del lardo.

Nel panorama di incertezze, soprattutto occupazionali, le dimostrazioni di disoccupati di fronte alla prefettura erano pressoché quotidiane. Incominciava però ad apparire qualche notizia positiva orientata al futuro: la Società delle Ferrovie Nord Milano comunicava che sarebbero partiti a breve i lavori di elettrificazione sulla linea Saronno-Varese-Laveno. Con il ripristino delle linee ferroviarie all’inizio del 1946, fu possibile l’invio di duecento carri serbatoi per il trasporto del vino dal Piemonte e dal «Meridionale». La notizia fu assai apprezzata in tutta la provincia.

Inizia la campagna elettorale

Nella prima decade di febbraio giunsero a Varese gli onorevoli Scelba, Gronchi e Nenni; Togliatti sarebbe venuto nel marzo seguente. I leader tennero affollati comizi focalizzando i loro interventi sulle elezioni per l’Assemblea costituente e sul referendum per la questione istituzionale, i disastri amministrativi ereditati dal fascismo rimasero in secondo piano. 

Negli stessi giorni furono depositate le liste elettorali definitive presso le segreterie dei municipi e fu reso pubblico il calendario delle elezioni amministrative: la prima tornata elettorale si sarebbe tenuta il 17 marzo a Saronno, a seguire la domenica 24 marzo a Gallarate, il 31 marzo a Busto Arsizio e in seguito il 7 aprile 1946 a Varese. Le condizioni di relativa sicurezza consentivano di ritornare al voto; la distribuzione degli appuntamenti elettorali su più giorni tradiva però ancora qualche preoccupazione di ordine pubblico.

Fra la prima metà di marzo e l’aprile del 1946, si recò al voto la popolazione di un territorio amministrativo accorpato forzatamente dal regime fascista nel 1927. Era la prima volta dall’Unità d’Italia che i comuni afferenti alle sottoprefetture di Gallarate (provincia di Milano) e di Varese (provincia di Como) partecipavano congiuntamente a una scadenza amministrativa. I partiti organizzarono assemblee e i pochi giornali disponibili pubblicavano indicazioni sul modo in cui si votava. La partecipazione elettorale fu massiccia in tutte le località, e si aggirò intorno al 90% degli aventi diritto al voto. Il suffragio era stato reso obbligatorio e ciò ebbe certamente un riflesso sull’adesione. Furono escluse dal diritto di voto le prostitute schedate, i profughi giuliani e le persone con limitazioni dei diritti civili perché compromesse con il passato regime. Molti soldati e internati non ancora rientrati in Italia non ebbero materialmente la possibilità di votare.

La grande partecipazione al voto

L’adesione al voto delle donne fu assai ampia, superando talvolta quella maschile. Furono elette sparute rappresentanze femminili a Saronno (Celeste Ceriani, lista unitaria della sinistra; Giovanna Rozza per la DC, prima degli eletti), a Sumirago (Jolanda Ermoli Arnaud, per i “socialcomunisti”), a Vizzola Ticino (Lucia Berarducci per la sinistra), a Gemonio (Linda Jemoli Cerutti per la DC), a Montegrino (Alice Tittoni) a Valtravaglia (Ersilia Morosi), a Lavena Ponte Tresa (Luigia Fraschini per i “socialcomunisti”), a Valganna (Anita Orelli per “Combattenti e reduci”), a Casale Litta (Luigia Sbordellati e Maria Vanetti, la prima tra la maggioranza dei socialcomunisti e la seconda con la Dc), a Casorate Sempione (Lina Camieri Parolo con la Dc). Le poche elette non risulta abbiano avuto ruoli attivi nelle amministrazioni.  

Da metà aprile 1946 in tutti i 116 comuni della provincia si insediarono le nuove amministrazioni. A Varese la DC, partito di maggioranza relativa, dovette cedere il passo all’alleanza dei socialisti con i comunisti che elessero sindaco il socialista Luigi Cova, a Busto Arsizio e Gallarate pure furono formate giunte socialcomuniste, soltanto a Saronno la DC che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, elesse una personalità proveniente dal veccio partito popolare. Con l’insediamento dei consigli e delle amministrazioni elette terminavano la loro funzione i sindaci della Liberazione, fra cui si ricordano Enrico Bonfanti a Varese, Carlo Tosi a Busto Arsizio, Luigi Fabbrini a Gallarate, Agostino Vanelli a Saronno, protagonisti della Resistenza al fascismo che erano riusciti a garantire la transizione verso la democrazia.

Giuseppe Nigro

Istituto Varesino per la Storia del ‘900