Sala Impero, Gallarate, in ricordo del primo voto delle donne gallaratesi

24 marzo 1946  

Mi è stato chiesto di inquadrare un po’ la storia del primo voto delle donne a Gallarate, e lo faccio cercando di inserirla in un racconto un po’ più ampio, nel tempo e nei luoghi.

Per quanto riguarda i fatti relativi al regime fascista e al Comitato di Liberazione, farò riferimento alla documentazione che ho trovato in due archivi custoditi nella Biblioteca Civica di Gallarate: quello del CLN di Gallarate e quello che era stato sequestrato il giorno della Liberazione nella Casa del Fascio.

In entrambi i casi sono intervenute molte mani, prima della catalogazione voluta e coordinata dall’allora Direttore Giovanni Mariani insieme al suo vice Maurizio Lovetti.

C’erano state sottrazioni di documenti – diversi fascicoli sono vuoti – e anche, probabilmente, delle aggiunte posteriori allo svolgimento dei fatti.

Ma nella trentina di cartoni custoditi restano comunque delle tracce importanti, che aiutano senz’altro a capire il clima dei due periodi.

Le prime elezioni libere, dopo il fascismo, coincidono con il primo voto delle donne.

E’ ovviamente un fatto politico importante che, con l’affermazione della parità di Doveri e Diritti, evidenzia la prima grande diversità rispetto all’Italia fascista.

Ai Savoia non era mai piaciuto molto che i loro sudditi andassero a votare.

E’ un diritto che gli italiani conquisteranno solo con la guerra di Liberazione.

Alla fine dell’800 in Italia poteva votare il 2% degli abitanti, dieci volte di meno che in Francia e in Inghilterra.

Durante il fascismo, pur con elezioni farlocche e con il partito unico, erano poco più del 24% gli aventi diritto al voto. Perché, se sgarravi o se non eri gradito al regime, anche questo finto diritto ti veniva tolto.

In ogni caso, per poter andare a votare occorreva innanzitutto essere maschi.

Le donne devono quindi aspettare la liberazione dal fascismo.

Questo primo voto delle donne, a Gallarate, non è però avvenuto, come si è visto nel bel film della Cortellesi, e come molti credono, il 2 giugno, in occasione del referendum per scegliere fra Monarchia e Repubblica.

A Gallarate il primo voto delle donne c’è stato prima, il 24 marzo 1946 quando si è votato per eleggere, finalmente in modo democratico e con il suffragio universale, il primo Consiglio Comunale dopo più di venti anni di dittatura.

In verità c’era già stata, negli anni ‘20, una Legge nazionale che prevedeva che alcune donne – non tutte, solo alcune benemerite come le vedove e le orfane di guerra – potessero votare, almeno per l’elezione del Consiglio Comunale.

Ma appena approvata la Legge e prima ancora che le donne potessero usufruirne, il fascismo tagliò la testa al toro approvando una nuova Legge che aboliva i Consigli Comunali eletti dai cittadini.

Togliendo quindi la possibilità di voto, forse in nome della parità, anche a tutti gli uomini, oltre che alle donne.

Da quel momento in poi, e fino al giorno della Liberazione, chi comandava e amministrava la città era un Podestà (più tardi un Commissario Prefettizio) che non era eletto ma che veniva nominato dall’alto: era un funzionario nominato dal Regime.

Perché il Sindaco eletto e i liberi Consigli Comunali erano stati una spina nel fianco per il regime fascista, potendo comunque tenere accesa in diverse parti del Paese qualche forma di dibattito e quindi una possibile opposizione.

Così, per tutto il ventennio fascista non ci sono più stati i Consiglieri Comunali ma dei “consultori” che erano scelti dal Podestà, Podestà che era scelto dal Prefetto, che era scelto dal Ministro, che era scelto dal Duce.

Una linea di governo semplice, con cinque passaggi rapidi che garantivano la fedeltà agli ordini superiori, senza tutte le lungaggini della democrazia, che è sempre costretta a cercare la approvazione dei cittadini.

Dopo la caduta del fascismo, dal 25 aprile 1945 e fino alle elezioni del 24 marzo 1946, il Comune di Gallarate era stato amministrato da una Giunta nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Il Sindaco della Liberazione si chiamava Luigi Fabbrini, del Partito Repubblicano.

Era già stato Sindaco di Modigliana, in Romagna, prima del fascismo ed era dovuto scappare a Gallarate dopo le ripetute bastonature fasciste. Lavorava come capo operaio al Cotonificio Carminati.

Nel Comitato di Liberazione vigeva una norma ferrea: tutte le forze politiche democratiche che avevano partecipato alla Resistenza avevano pari dignità e lo stesso peso.

Ogni Partito aveva un rappresentante e ogni decisione veniva presa a maggioranza, con un voto per ciascuno delle componenti che avevano partecipato alla lotta di liberazione: Partito Socialista, Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Liberale, Partito Repubblicano e Partito d’Azione.

Non c’erano “differenze di peso”, all’interno del Comitato di Liberazione, in attesa di un voto che le avrebbe poi stabilite in base al favore popolare.

Nel Comitato di Liberazione di Gallarate non c’era nessuna donna.

In verità c’era Ribella Stefanon, rappresentante dell’UDI (Unione Donne Italiane), che però poteva partecipare ai lavori del CLN, solo come “uditrice” senza diritto di voto, così come il rappresentante dei giovani del Fronte della Gioventù.

Non c’era “un veto” specifico, ma era la presa d’atto di una situazione locale, comunque non molto differente da tutte quelle della nostra zona, che teneva conto dei diversi ruoli nell’ambito della Resistenza.

Le donne vengono quindi accolte nel Comitato di Liberazione come “categoria specifica”, così come i giovani: sono meritevoli di ascolto, attenzione e sostegno, ma restano comunque ancora “in disparte” rispetto al tavolo della politica.

E questo può essere, io credo, un primo elemento di riflessione.

La nuova Legge Elettorale per l’elezione dei Consigli Comunali prevedeva nel 1946 il sistema proporzionale nei comuni con più di 30.000 abitanti. In tutti gli altri comuni si votava con il sistema maggioritario: chi vinceva prendeva almeno l’80% dei seggi.

A Gallarate c’erano poco più 27.000 abitanti nel 1946 e quindi si votava con il sistema maggioritario.

In mancanza di sondaggi e senza la possibilità di far riferimento a elezioni precedenti, con il sistema maggioritario i partiti devono decidere se presentarsi da soli oppure coalizzarsi con altre formazioni politiche.

In questo frangente, inevitabilmente ma anche giustamente, emergono le diversità ideali. Non è ancora scoppiata la guerra fredda ma nella propaganda c’è già, evidente, l’accentuazione delle differenze.

Così il confronto diventa sempre più acceso.

Mentre la Cronaca Prealpina, ancora gestita dal CLN, mantiene comunque una rigorosa equidistanza fra tutte le forze politiche, i giornali di partito danno risalto alle diversità.

La Democrazia Cristiana è comunque molto fiduciosa: è convinta di vincere perché fa affidamento anche sul nuovo voto femminile, che ritiene più moderato.

Il partito cattolico, inoltre, sa di poter avere un importante appoggio da parte delle parrocchie.

Nella nostra provincia il settimanale distribuito nelle chiese, LUCE, fa infatti una pressante ed esplicita propaganda per la DC.

I democristiani decidono quindi di correre da soli.

Ed è un errore che De Gasperi non avrebbe fatto.

Dall’altra parte, i Socialisti intuiscono d’essere il primo partito della sinistra grazie a un radicamento in città che risale agli anni precedenti il fascismo, quando il Partito Socialista arrivò a raccogliere punte del 70% dei voti a Gallarate (e ancora di più nel rione di Crenna, che era allora un Comune autonomo).

Ma i socialisti capiscono anche di non poter arrivare da soli a superare la DC.

Si presentano quindi in una coalizione con un inedito “Fronte Popolare allargato” insieme al Partito Comunista, al Partito d’Azione e al Partito Repubblicano.

I Liberali, che avevano avuto un ruolo rilevante nell’antifascismo gallaratese, scelgono invece la strada della testimonianza di bandiera, presentandosi da soli e con alcuni indipendenti, pur senza alcuna speranza di elezione all’interno del sistema maggioritario.

L’esito del voto è quindi favorevole alla Concentrazione di sinistra che si aggiudica 24 seggi, lasciandone soltanto 6 alla Democrazia Cristiana.

Il primo degli eletti, con 9.694 voti, è il socialista Francesco Buffoni, rientrato dall’esilio dopo essere stato deputato prima del fascismo.

Francesco Buffoni sarà poi proclamato Sindaco e successivamente sarà eletto Senatore della Repubblica Italiana.

Quel giorno, il 24 marzo 1946, il 90% delle donne di Gallarate andò a votare.

Era stata una partecipazione veramente eccezionale, che oggi ci dice molto sul patrimonio sprecato e sulla progressiva perdita di credibilità per una classe politica che, nel complesso, ha tradito molte delle aspettative popolari.

Ed ecco un secondo elemento di riflessione.

A Gallarate, il voto per il primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione porta alla elezione, per la prima volta nella storia della città, di due donne, entrambe nella lista di sinistra: la socialista Olga Tonini Gasco e la comunista Piera Mirata.

Non entrano invece in Consiglio Comunale le due candidate democristiane, Rina Garzonio e Antonia Sacconaghi, e neanche le due liberali Maria Piceni e Serena Maria Vajani.

Da quel giorno, il 24 marzo del 1946, anche a Gallarate le donne iniziano un nuovo percorso lento – molto lento – che non è certo ancora oggi concluso, dopo 80 anni.

Un cammino pieno di ostacoli che dalle nostre parti, dove ogni giorno arrivava ancora fresca l’aria di rinnovamento milanese, era partito addirittura verso la metà dell’800.

Era l’aria che arrivava dalla Milano di Cristina Trivulzio di Belgioioso, donna che metteva insieme il fervore patriottico risorgimentale con le rivendicazioni personali di persona libera e spregiudicata anche nei comportamenti.

Come quando, accorsa alla difesa della Repubblica Romana, inventava le crocerossine prima della Croce Rossa e organizzava gli ospedali di guerra reclutando le prostitute della città come infermiere.

In quella occasione la sua risposta alle critiche dei benpensanti è lapidaria: chi meglio di queste ragazze conosce il corpo di quei poveri feriti?”

E non a caso inserisco in apertura questa noticina un po’ spregiudicata.

Lo faccio perché mi servirà, in chiusura, a chiudere un cerchio.

E’ su quella scia – e qui cominciamo ad avvicinarci alla nostra città – che troviamo Anna Maria Mozzoni, attiva nelle prime Società Operaie di Mutuo Soccorso, fra le quali una delle più importanti si trovava proprio a Gallarate.

Ed è lei, pur convinta repubblicana, che ha l’ardire di rivolgersi a Giuseppe Mazzini rimproverando a lui e ai suoi seguaci l’idea conservatrice secondo la quale il posto della donna dovrebbe stare soltanto nella famiglia: «non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son, queste, vacue declamazioni come mille altre di simil genere! Ella esiste nella famiglia e nella città, in faccia ai pesi e ai doveri».

E’ proprio su questa base che si innesta la sua l’amicizia e la collaborazione – pur con le sempre più evidenti differenze politiche – con Anna Kuliscioff, la prima grande donna della nuova era del socialismo riformista italiano.

La Kulisciova supera il paternalismo e il “maternalismo” che avevano caratterizzato le prime Società di Mutuo Soccorso e dà uno sviluppo importante alla rivendicazione di un ruolo attivo e indipendente della classe lavoratrice e del proletariato nella gestione del paese e della società.

A differenza della Mozzoni, Anna Kuliscioff è inoltre una convinta pacifista ed esprime la necessità di una nuova visione internazionale alternativa ai nazionalismi.

Accanto a loro troviamo un’altra figura femminile di grande importanza in quegli anni, sia a livello milanese che in tutta la Lombardia. E si tratta di una donna particolarmente legata alla città di Gallarate.

Il nome di Ersilia Bronzini dice sicuramente poco, oggi, a molti di noi.

Ci dice però molto di più se facciamo riferimento alla grande istituzione, ancora oggi operante, che lei ha creato insieme al marito Luigi Majno, giurista e uomo politico socialista gallaratese – nato e morto nella nostra città, in Via Postcastello.

E’ la Fondazione Asilo Mariuccia, che Ersilia Bronzini vuole in memoria della figlia. Fondazione che Ersilia crea e fa crescere nel tempo, con sacrificio, dedizione e con una competenza, anche manageriale, che ancora oggi lascia stupiti.

E’ in questa versione tutta al femminile l’applicazione pratica del socialismo riformista e umanitario, quello di chi predica ma è anche sempre disponibile, al sacrificio personale nella assistenza concreta ai più deboli. 

L’Asilo Mariuccia diventa così la casa per le bambine abbandonate, orfane, o comunque bisognose, ma è anche la casa per le ragazze e le donne che necessitano di un sostegno, di assistenza, di reinserimento nel mondo del lavoro e nella società.

In quegli anni a cavallo fra l’800 e il 900, a Gallarate arrivano tutti questi fermenti politici e soprattutto sociali.

La vecchia e gloriosa Società Operaia di Mutuo Soccorso Gallaratese di ispirazione mazziniana, che per 50 anni era stata guidata e sostenuta dalla borghesia imprenditoriale illuminata viene affiancata e progressivamente sostituita dai nuovi Figli del Lavoro che seguendo il loro ideale marxista rivendicano piena autonomia gestionale ed evidenziano i diversi interessi di classe.

La nuova Camera del Lavoro diventa quindi in città il luogo centrale, anche fisicamente, di un movimento di rinnovamento politico e sociale che è sempre più tumultuoso.

E’ in questa situazione che emerge una figura femminile che segnerà, nella città di Gallarate, il periodo storico che va dall’inizio del secolo fino allo scoppio della prima alla Guerra Mondiale.

Ines Oddone Bitelli era una maestra elementare nata benestante, il padre era Generale dell’Esercito.

Arriva a Gallarate nel 1906 provenendo da Bologna insieme al marito, sindacalista, che era stato mandato nella nostra città per dirigere la Camera del Lavoro.

Già a Bologna, Ines aveva fondato il periodico “La donna socialista” che le era costato le prime denunce per le posizioni antimilitariste.

A Gallarate, Ines inizia a pubblicare un nuovo foglio settimanale, “La lotta di classe”, che presto arriva a una diffusione nazionale.

Per mantenere il giornale, in perenne stato di crisi finanziaria, Ines si priva di ogni bene a propria disposizione.

Continua intanto a insegnare e la sua scuola non prevede vacanze: prosegue, nei locali della Camera del Lavoro, anche d’estate quando le scuole comunali sono chiuse.

Contemporaneamente, Ines inizia una azione per l’educazione politica delle donne – le mamme e le sorelle dei suoi allievi – e le chiama a riflettere sui problemi del lavoro, dell’educazione sessuale, della maternità, della prostituzione e della educazione dei figli.

Nel 1908 viene processata per propaganda antimilitarista ed è condannata a 4 mesi di reclusione senza condizionale.

Per sfuggire all’arresto scappa in Svizzera dove trova ancora un posto di lavoro come maestra.

Dopo una amnistia rientra a Gallarate, riprende il proprio impegno nella Camera del Lavoro e nel 1911 organizza a Gallarate una rete di accoglienza nella nostra città per i figli dei lavoratori dell’ILVA (sì, proprio quella di cui si parla ancora oggi) che sono in lotta a Piombino.

Nel sindacato si batte inutilmente contro la linea separatista che risulterà invece vincente e che era sostenuta, contro di lei, anche da suo marito.

Intanto, continua l’attività di insegnante elementare a Crenna.

Ma è malata da tempo.

Ines Oddone Bitelli muore, a 39 anni, il 23 maggio del 1914.

Oggi in pochi la ricordano a Gallarate, anche nel Sindacato per il quale ha speso una vita.

Ma era una persona, una donna, amatissima dai lavoratori e dalle lavoratrici gallaratesi.

Ai suoi funerali, a cui partecipano più di 10.000 persone che invadono silenziosamente una cittadina che allora aveva circa 17.000 abitanti, si fermano tutte le fabbriche.

E’ un omaggio che va ben al di là dei confini cittadini ed è un tributo corale a un impegno politico femminile espresso in tre forme, allora (ma forse ancora oggi) veramente rivoluzionarie: l’istruzione come base per la rivendicazione dei propri diritti, l’impegno personale nella assistenza ai più bisognosi e l’attività sindacale che si vuole unitaria, in opposizione a chi mette in atto quelle divisioni che si riveleranno poi fatali all’avvento del fascismo.

In queste tre forme, è un impegno politico su cui sarebbe giusto riflettere.

Durante il fascismo l’attività politica e sindacale delle donne viene azzerata.

Il compito della donna è limitato ad altro, nella retorica del regime.

Nel ventennio, le donne che svolgono attività pubbliche, che si riveleranno comunque preziose, sono innanzitutto le vedove e le mamme dei caduti nella Prima guerra mondiale.

Anche a Gallarate, gli anni del primo dopoguerra sono purtroppo caratterizzati da una accesa contrapposizione fra gli ex combattenti e le famiglie dei caduti, da un lato, e quelli che denunciano invece, dall’altro lato, le conseguenze di quella “inutile strage”.

E’ una contrapposizione che spesso degenera e quindi succede più volte che ci siano scontri fra le due opposte fazioni, con il conseguente accrescersi di sentimenti di frustrazione nell’ambito delle famiglie dove c’erano reduci e dove c’erano stati dei caduti.

Famiglie che in molti casi si sentivano irrise, dopo i sacrifici compiuti.

Il regime sfrutta questa situazione e mette in prima fila le vedove e le mamme dei caduti, con una organizzazione attenta della loro attività che non si limita al ricordo nelle ricorrenti adunate e manifestazioni ma che si esprime anche in attività benefiche che si svilupperanno fino alla Seconda guerra mondiale e poi ancora fino alla caduta del fascismo.

Gli archivi della Casa del Fascio documentano un elevato numero di donne iscritte al movimento femminile del Partito – centinaia – attive nelle attività di supporto sociale che a loro sono delegate e che sono preziose per la città.

Le troviamo in opera fino all’ultimo giorno di guerra e troviamo richieste di iscrizione ancora negli ultimi mesi prima della Liberazione.

Ma troviamo anche contemporaneamente, purtroppo, chi chiede di passare dal movimento femminile alle ausiliarie della Brigata Nera.

Anche tutto questo io credo debba essere un elemento di riflessione, tanti anni dopo la libertà riconquistata, pensando alle diverse forme dell’impegno delle donne prima del fascismo, durante il fascismo e dopo il fascismo.

Perché, come sempre, non si può pensare alla Storia, anche locale, come a un film in bianco e nero, senza tutte le tonalità di grigi.

Accanto a queste donne impegnate nel sociale c’è poi, non meno importante, quella che è la vera spina dorsale del sistema educativo nazionale, con le maestre a cui viene affidato il compito di “forgiare” i nuovi italiani che nell’arco di un ventennio non avranno altra formazione di base al di fuori di questa.

Per i nati dalla metà degli anni ’10 fino agli anni ‘30, non ci sarà nessuna educazione alternativa rispetto a quella del regime e dei suoi mezzi di istruzione e informazione. Ancora negli anni ’50 e ’60, ben dopo la Liberazione, molte di quelle maestre porteranno nelle nostre scuole quel tipo di educazione.

L’attività femminile nel ventennio non è quindi solo quella, ritenuta prevalente dal regime, di “fare figli” (e con i premi alla natalità), ma si esprime in azioni di carattere sociale ed educativo che sono collaterali alla attività politica riservata ai maschi.

Attività che sono importanti, pur nella visione ristretta del ruolo riservato alla donna nella società fascista.

L’antifascismo gallaratese, quello che si sviluppa in città durante tutto il ventennio e soprattutto dopo l’8 settembre del 1943, fa un uso molto limitato delle armi. L’antifascismo gallaratese opera in certi studi professionali, nel retrobottega di alcuni negozi, all’interno dell’Ospedale Civico, in diversi oratori e soprattutto nelle grandi fabbriche cittadine, in quelle tessili come in quelle meccaniche.

Anche per evitare rappresaglie, l’uso delle armi in città è limitato a una serie di azioni mirate che tendono a creare un clima di crescente insicurezza nei componenti delle Brigate Nere, vittime di agguati sempre più frequenti.

L’azione più significativa e clamorosa viene – saggiamente, dico io – annullata all’ultimo momento.

Si trattava di colpire i due attori più famosi durante la Repubblica Sociale, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, in occasione di una loro esibizione al Teatro Impero di Gallarate.

Di loro si diceva che avessero anche partecipato a torture di partigiani.

Tutto era pronto per colpirli sul palcoscenico del Teatro gallaratese e i partigiani armati erano in sala.

Ma vedono subito che, sparsi nella platea e in galleria, in mezzo al pubblico, ci sono molti militi armati.

Anche un solo sparo, in quella situazione, avrebbe provocato una carneficina con tante vittime innocenti.

Saggiamente, i partigiani rinunciano e ripiegano su un piano improvvisato ma che darà dei risultati: alcuni componenti della Brigata Nera vengono seguiti, affrontati e colpiti fuori dal teatro, dopo lo spettacolo e dopo che la gente è rientrata a casa.

L’uso delle armi partigiane è quindi riservato alle formazioni che combattono in montagna, dove cade Guido Camussi dopo un agguato, oppure nelle terre piemontesi dove operava anche Angelo Pegoraro, catturato e giustiziato a Gallarate nel corso di una breve visita a casa.

C’è poco spazio per le donne in questo tipo di guerra partigiana.

Anche se alcune di loro, è il caso di Carolina Taush, vengono comunque arrestate (e imprigionate e torturate e in molti casi giustiziate) per la loro attività antifascista.

Le donne hanno invece e soprattutto, nell’antifascismo gallaratese, un ruolo fondamentale all’interno delle fabbriche.

Gli scioperi – ufficialmente contro il caro vita, ma di fatto contro la guerra e contro le forniture militari – sono sempre più frequenti e sempre più partecipati dalle operaie che rappresentano la stragrande maggioranza della forza lavoro in città.

In queste occasioni il richiamo alla memoria e all’insegnamento di Ines Oddone Bitelli diventa sempre più evidente.

Il Comitato di Liberazione sa che gli uomini rischiano la deportazione ai lavori forzati in Germania. E’ successo anche al nostro concittadino Vittorio Arconti, che morirà di stenti in quella prigionia.

Vengono quindi mandate avanti le donne, contando sulla difficoltà della Milizia fascista nell’affrontarle, pur essendo loro solo armate di una forza simbolica e numerica.

Ma succede anche – come a Busto in occasione di uno sciopero al Calzaturificio Borri – che le organizzatrici dello sciopero vengono arrestate. Allora tutta la città si ferma perché tutte le donne scendono in piazza e non si muovono, davanti al comando fascista, finché non vengono tutte liberate. 

Questo è stato il ruolo importante, essenziale per la caduta del regime, delle donne lavoratrici gallaratesi.

Anche a Gallarate il diritto di voto le donne se lo sono conquistate sul campo.

Prima di concludere, vorrei anche ricordare, un’altra donna gallaratese – che i più vecchi fra di noi hanno conosciuto e che ha combattuto una campagna politica e culturale, da sola, durante il fascismo e dopo il fascismo.

L’ho ritrovata sia nelle ricerche che sto facendo negli archivi del Comitato di Liberazione che in quelle delle Brigate nere.

Carlotta Cotta Sacconaghi “era la Biblioteca Civica di Gallarate”.

Dagli anni ’30 fino alla metà degli anni ’60 è stata la custode, quasi sempre solitaria, di questo storico tempio della Cultura cittadina.

Negli anni delle Brigate Nere troviamo la signora Cotta, impegnata a portare i libri come conforto agli antifascisti imprigionati nelle carceri in Broletto.

E nelle carte del Comitato di Liberazione la troviamo ancora impegnata per chiedere con forza il dissequestro urgente di quei libri, per poterli portare, adesso, come conforto ai prigionieri fascisti.

Ecco, a me sembra che questa figura femminile gallaratese – che meriterebbe un maggior ricordo in questa città immemore – riassuma in sé il senso di una presenza femminile che è POLITICA nella sua espressione culturale, così come sono state POLITICHE le presenze femminili in campo sindacale e in campo assistenziale.

Prima del fascismo, durante il fascismo, e dopo il fascismo.

E qui concludo, finalmente, tornando all’anniversario che oggi qui ricordiamo: quello del primo voto delle donne nella storia di Gallarate, nell’Italia libera e democratica, il 24 marzo del 1946.

Quel giorno, nove donne su dieci sono andate a votare. Se escludiamo quelle malate, o troppo vecchie, o assenti dalla città, hanno votato tutte, proprio tutte.

Hanno messo il vestito della festa e sono uscite di casa per andare al seggio.

Hanno votato le benestanti come le povere, le casalinghe come le lavoratrici, le più colte e quelle meno istruite, quelle che erano state fasciste come quelle che le avevano combattute.

Hanno votato tutte.

Perfino le suore sono andate a votare in massa, perché non mancasse neanche un voto.

Ma, e qui mi riallaccio al ricordo che avevo fatto in apertura sulle infermiere della Repubblica Romana di cent’anni prima, solo ad alcune donne fu impedito l’accesso al seggio.

Non furono ammesse al voto le prostitute schedate: a loro era negato quel diritto concesso a tutte le altre donne e a tutti gli altri uomini.

Nell’Italia bigotta e comunque ancora segnata da più di vent’anni di fascismo, nell’Italia che si apprestava a votare per l’Assemblea costituente che avrebbe segnato una svolta decisiva nella nostra Storia, con il voto che ci avrebbe dato la Repubblica dopo i tradimenti dei Savoia, venivano escluse dal voto le donne che vendevano il proprio corpo.

Ma non gli uomini che lo comperavano e neanche quelli che le sfruttavano.

Forse, anche questo piccolo particolare ci dice che il voto di quel 24 marzo 1946 segnava solo l’inizio di una lunga marcia.