Alcune protagoniste
Hanno promosso lo sciopero sono finite al confino.
Sono state dimenticate.
Noi le abbiamo ricordate il 9 marzo a Varese con L’Auser e l’ANPI
A raccontare la loro storia sono state alcune ragazze
Delle scuole superiori di Varese.
Di seguito la storia di queste donne..
IL TESTO DEL RACCONTO DELLO SCIOPERO DEL 1941
Mi chiamo Maria Cavilli. Lavoravo alla SIAI Marchetti al reparto meccanica B. Facevamo le ali degli aerei con la stoffa e le montavamo sulle strutture di legno. In reparto eravamo in ottocento, in fabbrica novemila.
La mattina del 12 settembre in reparto si facevano i soliti discorsi, anzi il solito discorso, uguale a quello di tutti i giorni precedenti. Ci si diceva che bisognava fare qualche cosa perchè la tessera annonaria non garantiva più il cibo necessario, per noi e per le nostre famiglie. L’azienda aveva chiuso lo spaccio perché non trovava rifornimenti. Le nostre paghe non bastavano per comperare tutto quello che serviva al mercato libero.
Bisognava avere un aumento di paga ma tutte sapevamo che chiederlo era rischioso. A nessuna è venuto in mente di chiederlo attraverso il sindacato fascista. Non ci avrebbe ascoltato. Dovevamo fare da noi. Così le altre mi chiedono di salire in direzione per avere un aumento. In direzione ci sono già andata ma per chiedere piccole cose. Stavolta è diverso. Chiedere un aumento è una cosa grossa.
Dico alle mie compagne che sono disposta ad andarci e a parlare ma non da sola. Anche loro devono venire.
La Sibilia Natalina dice che non dobbiamo andare solo noi. L’aumento non riguarda solo il nostro reparto. Facciamo partire dei bigilettini e , incredibilmente, anche gli altri repartrici seguono. Nel cortile della direzione con noi ci sono quelli della Meccanica C e di un altro reparto. Gli altri operai sono dentro i capannoni e non lavorano. La fabbrica è ferma.
Chiediamo al segretario di parlare con l’Ing. Schiatti il direttore ma non si fa trovare. A questo punto tra noi c’è incertezza, non sappiamo cosa fare.

Sono Rosa Arbelia. Quella mattina anch’io ho seguito le mie compagne che andavano a chiedere l’aumento.
Quando he sentito che l’ing. Schiatti non c’era, che le nostre richieste non potevamo presentarle e ho visto le facce deluse delle mie compagne mi sono messa a urlare. Ho gridato con tutta la voce che avevo, sul muso del segretario che doveva telefonare all’ing. Schiatti “altrimenti chi sa cosa succede”. Altre hanno urlato dopo di me e visto che non ci davano risposta siamo andate alla mensa e li abbiamo deciso di non tornare in reparto fino alle 14 aspettando una risposta.
Sono Maria Ghilardi. Quando siamo rientrate in mensa eravamo arrabbiate, decise a non cedere, per questo ho preso la parola proponendo di continuare a non lavorare ed insieme ad Agnese Tafi abbiamo invitato le donne a farsi sentire. Sono iniziate le grida, i cori, il più ripetuto era :” Vogliamo un aumento di paga”. Non si era mai visto e sentito qualcosa di simile.
La giornata finisce con l’arrivo dei carabinieri e per noi cinque individuate come le protagoniste dello sciopero e sobillatrici inizia una nuova storia.
Come scrive il rapporto di polizia. “ Attesa l’importanza dello stabilimento e per la massa operaia, 9000 persone e per la sua produzione di interesse bellico non v’è dubbio che l’episodio sopraindicato è da considerarsi particolarmente grave specie per le serie conseguenze che potevano derivarne. Pertanto questo ufficio ritiene assolutamente necessario che a carico delle promotrici venga adottato un provvedimento di polizia cioè l’assegnazione al confino per aver svolto una attività contrastante con le direttive del Regime.” Quello che era successo era roba grossa. Le autorità ne erano consapevoli e dovranno punirci per dare l’esempio.
Chi siamo noi cinque donne che hanno svolto una attività contrastante il regime?
Secondo i documenti della Questura siamo di “povere condizioni economiche e perciò non saremmo in grado di mantenerci al confino con i nostri mezzi” Sì siamo povere e il nostro lavoro è l’unica risorsa, se non lavoriamo non mangiamo e con noi i nostri figli.
Fino al 12 settembre., dice sempre il rapporto di polizia, ” non avevamo dato luogo a rilievi specie di natura politica”ma.. nello stesso rapporto si scrive che:

Cavilli Maria 34 anni è coniugata ha un figlio di sei anni e vive presso i genitori perchè separata dal marito.
L’Arbellia Rosa , 29 anni, risulta di carattere piuttosto spavaldo e baldanzoso è coniugata e senza figli.
La Ghilardi durante la sua occupazione nello stabilimento si è sempre mostrata insofferente della disciplina ed è di carattere alquanto baldanzoso. E’ divisa dal marito e gode di cattiva fama perché ritenuta di facili costumi, ha due figli in tenera età uno dei quali convive con lei. 30 anni
La Tafi Agnese è ritenuta di facili costumi, è coniugata, senza figli ma vive separata dal marito. 38 anni. Così di lei scrive la polizia nel documento destinato al Tribunale Provinciale Speciale aggiungendo che:” Durante il lavoro si comportò bene e non diede luogo a rimarchi e sospetti di nessun genere”
Sibilia Natalina è nubile. 31 anni.
Siamo dunque gente di facili costumi, insofferenti della disciplina, baldanzose e nubili, si perchè essere nubili è un segnale antipatriottico. E’ il nostro carattere ad averci spinto al gesto contrastante le direttive del regime. Questa è la spiegazione dell’avvenimento. Lo sciopero è il frutto di persone lontane dalla morale del regime e con un brutto carattere. Dobbiamo avere anche qualche potere nascosto che neppure noi conosciamo perché siamo riuscite a farci seguire da altre novemila persone.
Non siamo iscritte al partito e come potremmo esserlo. Non siamo il prototipo della donna del regime. E poi non abbiamo tempo per le parate. In fabbrica ci stiamo dieci ore al giorno, a volte di più, sei giorni alla settimana. Poi abbiamo la famiglia e la caccia al cibo. La fabbrica soprattutto è il nostro mondo.
Siamo tutte condannate a un anno di confino.
La Cavilli verrà mandata a Secinaro, provincia di L’Aquila
La Ghilardi a Montereale L’Aquila
La Arbellia a Castelvecchio Subequo L’Aquila.
Sono paesi poverissimi, nelle zone interne dell’Abruzzo. Il nostro arrivo è un evento ma anche un problema. Non c’è lavoro e il soldo di confinate non basta. Anche il comune è povero, senza soldi. Siamo un problema.
Rimaniamo così al confino solo alcuni mesi. Si liberano di noi e sanno che il ritorno non sarà facile.A casa siamo marchiate.
Siamo state licenziate ed ottenere il sussidio di disoccupazione per chi è stato licenziato per un motivo politico è difficile. Perché di trovare lavoro non se ne parla.
Il libretto di lavoro “parla” dovunque ci presentiamo. C’è scritto licenziata per comportamento anti patriottico.
Anche dopo la fine della guerra per noi sarà ancora difficile trovare lavoro. La Ghilardi se ne andrà in Svizzera e non tornerà più in Italia.
Tafi andrà a Torino, Cavilli a Milano.
Solo Sibilia resterà sempre al suo paese Divignano.
Quando siamo andate in pensione abbiamo fatto domanda perché ci venissero riconosciuti tutti i mesi che avevamo perso per il confino e la conseguente persecuzione politica. Era un nostro diritto.
Ma la Questura non ha più i documenti che occorrono.
Scrivono i carabinieri nel giugno 1968 rispondendo al ministero del Tesoro. Quando la Tafi fece domanda di pensione ” Gli accertamenti esperiti in ordine in quanto asserito e predetto circa le vicende politico giudiziarie occorsale negli anni 1941.45 hanno dato esito negativo in quanto nulla è stato possibile rilevare presso la <Pretura e presso il carcere mandamentale di Arona dove la scrivente risiedeva” Detto in italiano : non abbiamo documenti riguardo alle vicende della signora Tafi.
Più sbrigativa la Questura di Varese per la domanda della Ghilardi: “ Agli atti di questo ufficio non risulta che la Ghilardi, dopo il suo ritorno dal confini, sia stata sottoposta a libertà vigilata”
Perché essere licenziata per motivi politici e pagare con la disoccupazione non è sufficiente per ottenere un risarcimento.

Ma il questore del 1969 non conosceva le carte della Questura.
Cosa scriveva infatti il suo predecessore nella informativa inviata il 29 settembre 1941 a Roma , come ogni mese?
:”Oggetto. Situazione politica. Può considerarsi assai soddisfacente; durante il volgente mese di settembre non si è dovuto lamentare che il rinvenimento di un cartello con frasi sovversive ed una manifestazione verbale, pure a carattere sovversivo, da parte di un vecchio contadino, il quale nella recente seduta della Commissione <provinciale per i provvedimenti di Polizia è stato sottoposto all’ammonizione”
Dunque lo sciopero alla SIAI Marchetti a Sesto Calende non c’è stato e non sarà menzionato +neanche nel rapporto del mese successivo. Non lo menzioneranno neppure i carabinieri e il Prefetto nei loro rapporti inviati a Roma Quelle donne devono sparire dalle carte, devono diventare invisibili.
Ma perché mentire a Roma? Perché se ci sono gli atti dell’invio al confino?
Perché già a metà degli anni trenta, di fronte a rapporti provenienti dalle provincie oltremodo positivi tra i gerarchi si scherzava che solo inviando notizie buone si sarebbe potuto fare carriera. Così lo sciopero scompare e la situazione politica è eccellente.
Siamo scomparse dai rapporti al Regime, siamo scomparse per la Questura repubblicana, siamo inesistenti nei libri di storia.
Eppure siamo esistite e qualcuno ha riconosciuto i nostri meriti, molto molto tempo fa.
IL 4/12/1941 la Questura scriveva al ministero che le nostre condanne avevano avuto una grande ripercussione morale sia sulle donne che sull’ambiente, intesa la fabbrica, dove il provvedimento era conosciuto.
Linguaggio un poco oscuro per dire che tutti avevano capito la lezione e che il confino era il destino di che si opponeva al regime. Per dire che la condanna a noi impartita era servita a far desistere altri dal protestare.
Ma il 10 gennaio 1942, un mese dopo questa comunicazione avviene una seconda retata. Stavolta si tratta di uomini. Sono una decina che vengono portati in caserma. Nel verbale di uno di loro troviamo il riconoscimento di quanto abbiamo fatto.” In occasione della protesta del settembre scorso nello stabilimento della SIAI di Sesto Calende ad opera di varie donne il Vanetti ebbe modo di dimostrarmi il suo compiacimento per il disordine provocato dalle donne stesse e ricordo che nella occasione disse:” per ora hanno cominciato le donne…
Dunque sono le donne ad aver fatto emergere un sentimento diffuso di distacco dal regime dentro la grande fabbrica. E’ la loro iniziativa che ha dimostrato che c’è consenso se si protesta e si vogliono cambiare le cose.
Questo siamo state noi. Ma è tutto qui il riconoscimento che abbiamo avuto. Sta nei fogli della questura sepolti nell’archivio di stato.
Ne è valsa la pena?


